Acrilico e collage su carta preparata, 30×20 cm
2010
Il ciclo dei Disegni Del Quasi mi accompagna da più di 20 anni e rappresenta già nella sua denominazione l’intento che mi propongo.
Anzitutto il “Quasi” definisce una oscillazione di possibilità dell’immagine, che non è ancora divenuta una forma definitiva e riconoscibile; oppure in direzione opposta: l’immagine da forma definitiva si sta rarefacendo, smontando, sta divenendo altro.
Questo orientamento di contenuto è il centro di un pensiero che intravede nel “mondo
percepibile” non solo la solidità dell’esistente (degli enti) ma qualche cosa che sottostà in maniera invisibile “alla sostanza delle cose”, o come si potrebbe dire nel pensiero orientale: il vuoto/pieno.
L’indicazione richiama la fondamentale considerazione che ogni fenomeno è inseparabile e indivisibile dal resto delle cose e ogni apparire delle cose necessita, per esistere, della
posizione sensibile di un osservatore.
L’autore per primo e successivamente il suo pubblico, è sollecitato a costruire attraverso una propria visione il “luogo” dentro cui porre l’immagine.
Non ha importanza se questo “luogo” sarà mutevole e variabile.
Il meccanismo che propongo è quello di sviluppare questa relazione tra osservatore e cosa osservata in una analogia tra i il proprio mondo e quella specifica forma che suggerita.
Quindi ogni “Disegno del Quasi” non è un esercizio di stile, vorrebbe essere il frammento di un principio che pone l’opera sulla soglia di una possibile apertura, di un possibile sviluppo, che non è precisabile dal suo autore. Questo “quasi” una richiesta fatta in primis a me stesso, di esercitare l’esperienza di affinità, di attinenza e di corrispondenza tra le cose.
Forse è anche un richiamo a quell’immagine di cui parlava Michelangelo: “Amor, la tuo beltà non è mortale: nessun volto fra noi è che pareggi l’immagine del cor, che ‘nfiammi e reggi con altro foco e muovi con altr’ale.”.


